- Data di pubblicazione
- 24/04/2026
- Ultima modifica
- 24/04/2026
Fotografia Europea 2026 tra memoria, tecnologia e visioni contemporanee
A Reggio Emilia dal 30 aprile al 14 giugno la XXI edizione del festival
Dal 30 aprile al 14 giugno a Reggio Emilia torna Fotografia Europea con una ventunesima edizione intitolata Fantasmi del quotidiano, un invito a osservare ciò che resta ai margini dello sguardo: apparizioni, quanto residui, memorie, immagini che continuano a esistere anche quando sembrano svanite. Curato da Arianna Catania, Tim Clark e Luce Lebart, con un approfondimento storico affidato a Walter Guadagnini, il festival si articola come una costellazione di mostre diffuse tra i Chiostri di San Pietro, Palazzo da Mosto, Palazzo dei Musei, Palazzo Scaruffi, la Chiesa dei Santi Carlo e Agata e l’intero tessuto urbano attivato dal Circuito OFF.
Ai Chiostri di San Pietro il percorso si apre con Felipe Romero Beltrán, che in Bravo indaga il confine tra Messico e Stati Uniti come spazio di sospensione, attraversato da storie migratorie che sfidano ogni tentativo di classificazione. A questa dimensione politica si affianca quella più intima di Mohamed Hassan, che in Our Hidden Room intreccia memoria familiare, identità e salute mentale in un dialogo con la propria origine egiziana. La contemporaneità più immediata emerge invece nel lavoro di Salvatore Vitale, Automated Refusal, che affronta la condizione dei lavoratori della gig economy, mentre Marine Lanier costruisce con Le Jardin d’Hannibal una narrazione sospesa tra scienza e mito, facendo dialogare la biodiversità alpina con una memoria stratificata del paesaggio.
Ola Rindal trasforma invece imperfezioni e tracce marginali in immagini astratte in Stains and Ashes, mentre Tania Franco Klein, con Subject Studies: Chapter I, mette in crisi l’idea stessa di identità attraverso la ripetizione e la variazione di una stessa scena. Il tempo e la sua percezione diventano materia di indagine nel lavoro di Giulia Vanelli, che in The Season riflette sul rapporto tra memoria e oblio. A questi si aggiungono esperienze che sconfinano nell’installazione e nel dialogo tra media, come Vestiges du futur di Frédéric D. Oberland, dove immagine e suono costruiscono una dimensione immersiva, e la committenza affidata a Simona Ghizzoni, Milk Wood, che intreccia dimensione autobiografica e partecipazione territoriale. Chiude il percorso Keep the Fire Burning, progetto curatoriale di Francesco Colombelli, che attraversa miti e tradizioni come presenze ancora attive nel presente.
A Palazzo da Mosto il discorso si sposta su un piano più apertamente legato alla mediazione tecnologica e alla trasformazione dello sguardo contemporaneo. La collettiva Ghostland mette in relazione artisti che interrogano la realtà come superficie instabile e continuamente filtrata. Le immagini generate e ibride di Alisa Martynova, le riflessioni sull’identità digitale di Zoé Aubry, o i dispositivi critici di Mykola Ridnyi e Visvaldas Morkevicius sulla rappresentazione della guerra, costruiscono un panorama in cui il visibile appare sempre più ambiguo e mediato.
In questa stessa direzione si muovono i lavori di Indrė Šerpytytė, che mette in scena rituali e gesti dei soldati tra trauma e rappresentazione, e di Sara Bezovšek, che trasforma l’esperienza dello spettatore in un percorso interattivo tra futuri possibili. Carolyn Drake, infine, lavora sul confine tra sorveglianza e intimità, mostrando come la sicurezza possa trasformarsi in sospetto. Al piano terra trovano spazio le ricerche emerse dalla Open Call, tra cui i progetti di Federica Mambrini ed Emilia Martin, che affrontano rispettivamente il tema della distanza e quello dell’eredità femminile, confermando l’attenzione del festival verso le pratiche emergenti.
Un asse fondamentale dell’edizione è rappresentato dalla grande mostra 200×200. Due secoli di fotografia e società, curata da Walter Guadagnini a Palazzo Scaruffi. Qui la fotografia viene riletta come strumento che non si limita a documentare il reale ma contribuisce a costruirlo, attraversando una storia che va dagli esordi ottocenteschi fino agli schermi contemporanei. Il dialogo con la memoria prosegue nella mostra di Elena Bellantoni, Ghostwriter, che nella Chiesa dei Santi Carlo e Agata affronta la storia da una prospettiva femminile, mentre a Palazzo dei Musei Luigi Ghirri, A Series of Dreams, mette in relazione immagine e suono, aprendo un ulteriore livello di percezione. Sempre ai Musei Civici, Giovane Fotografia Italiana presenta i lavori di sette autori under 35 — da Susanna De Vido a Karim El Maktafi, da Alice Jankovic a Cinzia Laliscia, fino a Anie Maki, Eva Rivas Bao e Federica Torrenti — confermando il ruolo del festival come osservatorio sulle nuove generazioni. Allo Spazio Gerra, l’attenzione si focalizza sulla poetica di Francesco Guccini con la mostra Canterò soltanto il tempo mentre la Collezione Maramotti presenta la prima personale italiana di Ndayé Kouagou, Heaven’s truth.
Il festival si estende oltre le mostre con un fitto calendario di incontri, conferenze e momenti performativi, tra cui dialoghi con Loredana Lipperini, Simona Vinci, Annamaria Testa e Luigi Zoja, oltre alla conferenza-concerto con Nello Salza. Accanto a questi appuntamenti, progetti come Speciale diciottoventicinque e il Circuito OFF ampliano la dimensione partecipativa della manifestazione, coinvolgendo giovani, scuole e cittadini in una mappa espositiva che attraversa l’intera città.
Il festival è promosso e organizzato dalla Fondazione Palazzo Magnani e dal Comune di Reggio Emilia, con il contributo della Regione Emilia-Romagna.